Scrivere storie di santità, con una matita di luce. Descritta così, l’immagine susciterà il sorriso di chi ha nel senso pratico il suo connotato specifico. Eppure la Quaresima è tutto questo, con senso molto più pratico. Quaranta giorni caratterizzati dall’invito alla sobrietà, di più, all’essenzialità. Dunque a ritrovare se stessi, a ritrovare bellezza e costruire pace, fuori e dentro di sé.

Noi, dal tempo della vespa in poi, abituati ad andare sempre più veloce, a rincorrere il segno di un’emozione, di tanti amori nati o resi possibili dalla magia, dal mito, dal fascino seducente del mezzo a due ruote. Noi abituati a coprire grandi distanze, condizionati fino all’ansia da un tempo con cui è sempre difficile fare i conti. D’altro canto la Quaresima è invito a rallentare per recuperare il senso delle cose, il gusto dei particolari, la bellezza di un fiore cresciuto fra le “scrace”, al limitare di un muretto a secco, che pure ci appartiene, anche quando non ci facciamo caso. Invito a fermarsi, per trovare ciò che Carlo Caretto chiamava “il deserto nella città”. Un’immagine tipicamente quaresimale, quasi controcorrente rispetto alle amicizie virtuali che lasciano dentro solitudini reali. Il deserto è solitudine e attesa dell’incontro, fragilità e lotta, luogo di tentazione e di grazia.

In una quotidianità resa sempre più anonima dalla paura del diverso, è incontro nella convivialità delle differenze. Del resto, solo chi è diverso mi può arricchire. Il Papa, Francesco, sottolinea la necessità di ritrovare armonia con tutta la creazione, in cui siamo parte e di cui siamo responsabili. Il nostro Salento, offre, con i primi raggi del sole, la bellezza di una campagna che è un inno alla vita, cresciuta col sudore dei nostri padri e dei nostri nonni. L’altra faccia della medaglia sono le conseguenze di morte in un ambiente abusato e devastato. Perché un cuore arido per la sete di guadagno ferisce il futuro, per più generazioni.

La Quaresima è il racconto della prima Pasqua di liberazione, memoriale, perciò anche noi, possiamo dire di essere stati liberati dalla schiavitù, insieme con i padri, nonostante il cuore del Faraone si fosse indurito per sfidare Jhavé.

Cosa mai potrà cambiare in questo nostro mondo, che invoca libertà e vita, e sembra andare, velocemente, verso un destino segnato? A cosa serviranno poi questi quaranta giorni? Non è la prima Quaresima che viviamo. Ma soprattutto è un segno e può lasciare dentro il cuore di ognuno un segno.

Non correre, cammina. È un modo per salutare chi incontri per la via. Per regalarti il tempo di una passeggiata e riconciliarti con ritmi più degni dell’uomo, senza per questo sentirti fuori dal tuo tempo. Lascia per un momento che sia la bellezza di un incontro a riempire il tuo tempo e non l’esiguità del tempo a rovinare l’incontro. Troverai gioie e sofferenze da condividere, emozioni che non fuggono via, ma costruiscono dentro. Preghiera silenziosa davanti all’Altissimo e gioia di un sorriso sulla soglia della chiesa. Senza perdere la ricchezza di ciò che sei, proverai la ricchezza dell’essere insieme, fuori dal cerchio ristretto dell’IO, tenderai la mano all’esperienza incerta e arricchente del NOI. Sono le storie di santità che scrivono con segni di luce, destinati a non restare fissati sul foglio, ma a portare un raggio di luce in tante vite avvolte dal buio di una nottata troppo lunga da passare.

La Quaresima è il racconto della Pasqua di Gesù Cristo, che ha scelto di percorrere le vie dell’uomo e della sua sofferenza, di ogni donna da amare senza la pretesa di possedere, solo di donare. Amare voce del verbo morire, significa decentrarsi – ricorda don Tonino Bello – uscire da sé. Dare senza chiedere. Essere discreti al limite del silenzio. Soffrire per far cadere le squame dell’egoismo.

La Pasqua del dopo-Pilato consiste nel restituire libertà: ben più grande di quella offerta a Barabba e al suo disegno di indipendenza, a prezzo di violenza e spargimento di sangue. Il Cristo non doveva essere liberato, piuttosto portarci a libertà. Perché il coraggio è trovare la forza di guardare in faccia la sofferenza. Non l’opportunismo di chi cerca sicurezze appannando gli occhi, o girando il viso dall’altra parte, all’occorrenza. La forza si manifesta nella debolezza della Croce. Guardando a Colui che hanno trafitto gli uomini scoprono che il Cristo, l’innocente, l’unico, ha vinto la morte attraversando la morte. E ha impresso la luce della risurrezione sul lino che ha avvolto il suo corpo.

Risorgerà il Salento? Noi tutti, afflitti da tante emergenze, allarmati di giorno in giorno da referti che raccontano, oltre ogni ragionevole considerazione, l’allargarsi dell’incidenza dei tumori, quale Speranza di Resurrezione e di vita possiamo annunciare? Una Speranza che nasce da una consapevolezza nuova, dove il futuro ha il sudore dei padri e il volto dei figli, dove la terra, che ci ha nutrito per secoli, non sia più tradita per la certezza di uno stipendio a fine mese, ma a tempo determinato, senza futuro. La consapevolezza di chi non si sottrae ai sacrifici, per amore della terra, ma sa leggerne la bellezza, che rifiorisce ad ogni primavera e nella festa di luci e colori dell’estate, senza sottrarsi alla malinconia dell’autunno e al fascino del freddo dell’inverno. Perché rispettare la natura è rispettare il ritmo e i tempi delle stagioni. «L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19).È l’espressione di S. Paolo che Papa Francesco ha scelto come linea guida del suo messaggio quaresimale. Siamo figli di Dio e figli di questa terra: c’è un’attesa che ci avvolge come in un abbraccio. È una consapevolezza che rimane viva grazie alla tenacia di coloro, pochi ancora, che valutano le conseguenze di uno stile di vita consumistico, tutt’altro che volto a sobrietà. È una Speranza, ancora debole, capace di scrivere storie di quotidianità illuminate dalla luce dell’impegno, per cui vale la pena di spendere tutta una vita. Sono storie di santi senza aureola, che non vogliono neanche essere chiamati tali, forse per non cadere nella tentazione dei luoghi comuni. Sono uomini e donne che accolgono la vita e le sue sfide ogni giorno.

“La speranza non è ottimismo. La speranza non è la convinzione che ciò che stiamo facendo avrà successo. La speranza è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un significato. Che abbia successo o meno.” (Vaclav Havel). Sono parole fatte proprie da Suor Maria Luisa, figlia di questa terra, chiamata, per amore del Cristo e dei più poveri, a donare il suo tempo e i suoi talenti in terra d’Uganda. E di vite donate per amore, grazie a Dio, ce ne sono ancora. Importa questo, non il numero. Una vita donata per amore non è che un segno, come la Quaresima. Ma è capace di portare cambiamento vero, perché costruisce dentro, accoglie e dona la vita, scrivendo storie di vita, con una matita di luce. Dal Salento, fino ad ogni punto del mondo.